sabato 25 maggio 2013

CONTRIBUTO A UNA SERIA E CONCRETA POLITICA PER LA SARDEGNA



Sono stato coinvolto in vari dibattiti, organizzati da più parti, vertenti su un “nuovo modello di sviluppo” per la nostra Isola. La gran parte di questi si basano su un approccio partecipato e “bottom-up” rivolto ad individuare gli assi portanti di una strategia regionale che, identificati i problemi, prospetti soluzioni e metodi in grado di contribuire al superamento dell’attuale “crisi”. In vari contesti si propongono dunque nuovi approcci programmatici fondati su analisi (anche “swot”), e orientati sia a investimenti sulla crescita, la competitività e l’innovazione - in vari ambiti quali: “welfare”, “capitale sociale”, PMI, turismo, infrastrutture, etc..-, che su interventi in materia di infrastrutture - anche energetiche -, sull’ordinamento e sulla burocrazia regionale e locale, oltre che sui rapporti tra Regione e stato italiano. 
Mi permetto, in tutta umiltà, di svolgere alcune considerazioni sulla base della mia esperienza e, quindi, trarre le mie conclusioni. Sarò un po’ lungo e me ne scuso sin da ora.





Sia le basi su cui si fonda la gran parte degli approcci proposti, che il modo in cui si intende impostare la programmazione, mi sembrano  ormai superati  e  non in grado di fornire un efficace contributo per affrontare la gravissima situazione in cui versa la nostra Isola. 
In estrema sintesi, ritengo che continuare ad investire tempo e risorse sulla crescita, sullo sviluppo, sulla competitività, sull’innovazione, etc… Ci condurrà sicuramente all’ormai annunciato collasso[1]. Ripercorrendo le varie programmazioni degli ultimi decenni, legate appunto allo “sviluppo”, alla “crescita” e alla “competitività” della Sardegna, ci si dovrebbe rendere conto che la gran parte degli elementi in discussione ripetono metodologie, approcci e obiettivi che si è tentato di applicare in Sardegna ormai da troppi anni e con le gravi conseguenze che sono ormai dinanzi agli occhi di tutti. Risulta dunque inopportuno, se non per questioni di comodità, continuare ad usare i medesimi schemi programmatici di sempre, nonostante abbiano fagocitato immense risorse finanziare per partorire i tanti topolini che ci stanno divorando.
Qualcun@ potrebbe obiettare che l’approccio è corretto ma è sempre stato gestito  dalle persone sbagliate. Mi rivolgo allora a coloro che, avendo vissuto esperienze, ad esempio, come la “progettazione integrata” - avviata diversi anni fa in Sardegna dalla giunta Soru - abbia avuto il tempo di analizzarla e tirare le somme dei risultati raggiunti, a mio parere insignificanti rispetto alle impensabili risorse impegnate.
E questo discorso vale un po’ per tutto il sistema di intervento finanziario a sostegno della “crescita &C” attivo sin dagli anni 80.
Inoltre, se è vero che l’”epoca delle vacche grasse è finita”, allora che ci piaccia o no dobbiamo fare i conti con poche e incerte risorse a disposizione.
Occorre dunque un approccio realmente nuovo, che consenta il raggiungimento di obiettivi  semplici, efficaci e raggiungibili ottimizzando quelle poche risorse a disposizione, condividendo le azioni da intraprendere come si sta cercando di fare in varie occasioni.
Per far questo occorre partire persino dallo stesso LINGUAGGIO che usiamo. Termini come bottom-up, welfare, mainstreaming, SWOT, etc… dovrebbero sparire per sempre dal nostro vocabolario,  in quanto non fanno altro che erigere muri  tra gli “esperti” e la gente comune “che non può capire”.
Successivamente sarà fondamentale intervenire attraverso massicci interventi di EDUCAZIONE.
Principalmente educazione alla cittadinanza ed al rispetto della propria Terra. Paradossalmente,  i beneficiari non sono i bambini o i ragazzi. Loro certe cose le imparano già a scuola. I veri obiettivi sono i genitori e gli adulti in generale e, in particolare, gli “imprenditori” e buona parte dell’attuale “classe politica”. Chi ha mai pensato ad un simile intervento, riflettendo sui  tremendi costi che la nostra Isola è costretta a sopportare a causa della ineducazione della gente, soprattutto in realtà urbane difficili e contro-natura come Cagliari? Ad esempio, in certe bellissime realtà come l’Anglona, la gente è preoccupata per la “CITTA’” che continua inesorabilmente ad avanzare…fagocitando loro, le loro sane abitudini, i loro deliziosi paesini e tutto ciò che incontra.
Ciò ci riconduce alla triste piaga dello SPOPOLAMENTO. Ne vogliamo discutere? Si può iniziare ad immaginare iniziative rivolte a ripopolare i piccoli comuni fantasma, togliendo un po’ di disperazione dalle aree urbane, ormai degradate e inutilmente popolate, ridando ai giovani una nuova speranza di benessere, fuori da quello finto e malsano offerto dalla città?
Do per scontata  la comoda reazione di chi, liquidando superficialmente ed a priori i principi della DECRESCITA e del DOPO-SVILUPPO, mi inviterà a restare con i piedi per terra ed a smetterla di sognare. Mi rendo conto che è immensamente difficile, stante la situazione di “colonizzazione dell’immaginario” che stiamo vivendo, pensare a qualcosa di diverso. E’ complicato, è faticoso e richiede uno sforzo e un impegno immane, titanico! Parafrasando il Barone di Munchausen, occorrerà che ciascuno di noi “salga sulle proprie spalle” per arrivarci.
Ma nella nostra storia abbiamo fatto anche di più.
E oggi siamo obbligati, per noi e per le future generazioni, ad agire usando la nostra testa, smettendola di fare ciò che ci dicono gli altri, sia che si tratti dell’UE, dell’FMI, dello stato italiano o dell’”esperto venuto dal continente”....
Dunque, l’obiettivo da raggiungere non è e non può essere più la competitività (la crescita e lo sviluppo ad oltranza – sino a dove e sino a quando non si sa -) di un sistema allo sbando che, parliamoci chiaro,  non ha ormai ne i numeri, ne le infrastrutture ne i fondi per raggiungerla. Fatevi un giro nella 131. Prendete un treno. Entrate in un ospedale...E non dimenticate che siamo una Regione  ricca, con un PIL superiore al 75% della media europea!!
Rendiamoci conto che è dunque impensabile, se non ridicolo, continuare a ragionare in termini di aumento del PIL.
Occorre invece programmare in una dimensione realmente nuova, più umana, slegata dagli attuali canoni economici e finanziari. In primo piano ci deve essere la gente e non più l’economia, la finanza o “interessi superiori”.
Pochi obiettivi, chiari, semplici e realmente condivisi, rivolti ad un solo grande obiettivo: IL BENESSERE E LA FELICITA’ DELLE PERSONE.
Per questo occorre innanzitutto misurarli. Smetterla di utilizzare solo il PIL come riferimento ma servirsi di nuovi indicatori in grado di misurare il Benessere Interno Lordo. Già alcuni paesi  e regioni del mondo lo fanno. Per questo è utilissimo il mirabile lavoro svolto dall’amico Nello De Padova e dal suo gruppo “Depiliamoci”[2].
E’ inevitabile anche un uso accorto delle poche risorse a disposizione.
Per questo serve smetterla di pensare sempre e solo ai quattrini. Gli obiettivi vanno fissati a prescindere dal possibile sostegno finanziario. Si dovrà cercare di raggiungerli in tutti i modi e con il massimo dell’impegno. Basta ragionare sempre e solo in termini di finanziamenti!
Occorre una seria, qualificata ed efficace “LOBBY”, rivolta a promuovere e tutelare gli interessi della Sardegna.
E’ fondamentale rivedere i RAPPORTI CON LO STATO ITALIANO e, laddove è ancora possibile,  ridisegnare i RAPPORTI CON L’UE (o meglio:  i non-rapporti con l’UE, considerata la triste situazione in cui versa il settore delle relazioni internazionali e l’inefficace utilizzo da parte della RAS dell’ufficio di Bruxelles), in particolare in merito alla programmazione dei fondi strutturali. A titolo di esempio, il “pacchetto” di regolamenti che disciplina il periodo 2014-2020 è già stato presentato dalla Commissione UE e già circola un Quadro Strategico Comune per aiutare gli Stati membri a prepararsi in vista della futura politica di coesione. Il tutto senza il bencheminimo intervento della nostra Regione, rigorosamente  assente da tutti i tavoli. Il che significa che, anche questa volta, ci troveremo ad applicare regole, programmi, approcci decisi altrove e che, forse, vanno bene li ma non qui, salvo poi diventare di moda.
Quindi, sino al 2020 sarà assicurato il solito patetico teatrino che, dopo l’ennesimo “comitato di sorveglianza” o al termine della programmazione, vede la stampa locale e il “politico” di turno sbraitare perché i soldi vengono spesi male o ritornano a Bruxelles!
Peraltro, la Sardegna è già duramente discriminata da una legge italiana che impedisce di inviare a Bruxelles i propri rappresentanti, democraticamente eletti (e non per gentile concessione di qualche partito italiano) in seno al Parlamento Europeo.
Mi soffermo un attimo sull’INSULARITA’. Troppo spesso comodamente utilizzata come alibi per coprire l’incapacità a negoziare (come hanno fatto altre regioni del mondo) condizioni di trasporto e di prezzi adeguate.  Al contrario, di questi tempi l’Insularità non dovrebbe essere uno svantaggio bensì un enorme vantaggio. Il SILENZIO, l’essere “lontano da tutto e da tutti”, il non vedere per km e km un palo della luce,  etc… Al giorno d’oggi sono immense risorse che il mondo ci invidia. Usiamole!!
Nella nostra Isola possediamo e possiamo produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici, lasciandoci alle spalle tutto ciò che ci impone un sistema ormai votato all’autodistruzione. Ogni settimana, invece, giungono nei nostri porti i TIR provenienti dall’estero, carichi di frutta e verdura appestata da anticrittogamici. Roba che nei paesi di provenienza  si guardano bene dal mangiare. La mandano qui, in un’Isola che per le sue caratteristiche potrebbe essere invece la culla dell’agricoltura biologica. Così per l’aglio cinese, le patate tedesche e francesi, il miele russo…tralasciando capretti e maialetti...La nostra AGRICOLUTRA è in ginocchio e nessuno si è mai preso la briga di intervenire sulla PAC, quasi fosse un dogma sacro e inviolabile. Chiedete ai contadini francesi come si fa! 
Grazie ai finanziamenti europei siamo riusciti ad ammodernare il nostro sistema agro-pastorale…ma poi? I risultati quali sono? Vogliamo parlare del prezzo del latte e delle malsane situazioni di monopolio che lo caratterizzano? Siamo il più importante produttore di latte e formaggio d’Italia, ciononostante chiedetevi:  quanti sardi siedono nei comitati europei che prendono decisioni sul comparto ovi-caprino? Nessuno!
Abbiamo forse bisogno di soldi per modificare questo stato di cose?
No! Serve buon senso, organizzazione e buona volontà.
Ritengo parimenti inutile e dannoso pensare ancora di spendere risorse per finanziare iniziative rivolte a “ATTIRARE INVESTIMENTI “. Sin dalla fine degli anni 80 ha funzionato il programma “Invest in Sardinia”. I risultati? E delle mitiche “missioni all’estero” di comuni, provincie, assessorati  e enti regionali, ne vogliamo parlare?  E dell’ultima missione di 10 giorni in Qatar di Cappellacci & C? Qualcun@ ha mai pensato che, con poca spesa, opportuni interventi formativi e anche attraverso i tanti giovani sardi a spasso per il mondo, si possano trasformare i nostri “circoli” all’estero in autentiche “ambasciate”  e vetrine per la promozione della nostra Isola all’estero?
Una volta individuata la direzione verso cui andare si potrà programmare e stabilire gli attrezzi necessari.
Strumenti come la ZONA FRANCA, che oggi viene vista da alcuni come “l’unico in grado di garantire la crescita e lo sviluppo” vanno analizzati nell’ottica della effettiva utilità rispetto agli obiettivi da raggiungere. Sulla base della mia esperienza sono convinto che una via percorribile sia quella del raggiungimento di autonomia fiscale e impositiva (dunque l’Agenzia Sarda delle Entrate). Questa ci aprirà le porte verso una “FISCALITA’ DI VANTAGGIO” studiata da noi e su-misura per noi.
Non mi convince il fermento intorno alla zona franca che, pur svincolandoci dal pagamento di qualche balzello,  ci manterrebbe comunque  ancorati a schemi fiscali e finanziari di cui sinora abbiamo sperimentato solo i danni e che hanno largamente contribuito all’attuale situazione.
Così in relazione all’energia. Prima si stabilisce la direzione e poi che carburante e quanto ce ne serve per raggiungerla! ENERGIA che deve necessariamente essere prodotta e controllata da noi. Non mi soffermo, ne occorre farlo,  a discutere le considerazioni di chi continua a perseverare sulle energie fossili.
Quanto costa un serio, concreto e incisivo rinnovamento della MACCHINA BUROCRATICA REGIONALE E COMUNALE, unitamente all’abolizione (non trasformazione!) delle provincie e di tutti gli enti che non siano in grado di mantenersi in vita senza contributi pubblici ma con il proprio lavoro? Sicuramente molto meno - e con risultati positivi per tutti, dalle imprese ai cittadini - che continuare a mantenere in piedi un sistema perverso e clientelare come quello attuale che, ogni santo giorno, fa morti e feriti.
E il “capitale sociale”? Vi sembra coerente associare le persone (perché è di questo che si tratta) e le loro esigenze al “capitale”? Come sopra, anche in questo caso occorre anche più attenzione ai termini usati.
E poi c’è la mitica INNOVAZIONE. E se invece ci fermassimo un attimo e iniziassimo, concretamente, ad applicare e ad utilizzare opportunamente i risultati dell’innovazione e del progresso che abbiamo raggiunto sinora?  A cosa serve continuare a spendere quattrini per innovare se poi non ne beneficiamo? Quanti giovani sardi studiano e ricercano nelle migliori università e centri di ricerca del mondo? Hanno spazio in Sardegna? Master and don’t back!!!
Chi ha il coraggio di scendere nell’arena ad affrontare il toro-università?
E se invece iniziassimo ad investire seriamente sulla CREATIVITA’?
Bastano poi solo pochi accenni circa l’immenso PATRIMONIO CULTURALE della nostra Isola. Ospitiamo una civilta’ antica di milioni di anni. Una civilta’ bloccata nei soterranei dei musei sardi. Una civilta’ che nessuno conosce. Se siete all’estero, dovunque siate, chiedete in giro se conoscono i Maori dell’Isola di Pasqua. Certamente! Chiedete poi se conosono i nuraghi. Nuraghi? Cosa sono? L’intera Isola dovrebbe essere patrimonio dell’Umanita’. In nome del “progresso” invece costruiamo palazzoni nella piu’ grande necropoli punica del Mediterraneo!
Non mi soffermo sull’AMBIENTE. Siamo la regione più inquinata d’Italia[3]. Non è uno scherzo. E anche in questo ambito non si può prescindere da un aspetto: educazione, educazione, educazione! Come di educazione occorre discutere quando si tratta di TURISMO. E’ da quando ero ragazzo che sento parlare di “destagionalizzazione”. Il risultato è che la stagione turistica si sta inesorabilmente accorciando e, ormai, si riduce quasi esclusivamente a una parte del mese di luglio e ad agosto. Le responsabilità di questo assurdo sfascio? Semplice, dell’insularità e della mancata continuità territoriale! Ma per carità! Mai nessuno che ascolta i diretti interessati: i turisti. Accolti come polli da spennare pressoché ovunque. A Cagliari in questo periodo non c’è un punto di informazione funzionante! A Villasimius – famoso centro turistico che vanta primati europei in ambiti quali: mortalità delle PMI, tossicodipendenze, alcolismo, disoccupazione, ecc.. – vi sfido a trovare un posto dove mangiare qualcosa di diverso da un tramezzino dopo del 14.30…e chi più ne ha più ne metta.
Concludo sul SISTEMA DELLE IMPRESE. Poche, malate e maltrattate, chiedono solo una cosa: poter lavorare in santa pace! Strangolate da una assurda burocrazia, costrette a scendere a patti col diavolo pur di poter continuare a produrre o a vendere, sopravvivono operando sotto la continua minaccia di balzelli, ispezioni, furti, etc..Se non hanno già grossi debiti vengono snobbate dalle banche e, ogni volta che sono costrette ad averci a che fare, i servizi pubblici intervengono per favore o carità e non perché profumatamente pagati con i loro sudati quattrini. Nei paesi civili ogni impresa che nasce è come un tesoro, un bene comune da mantenere con riguardo, e viene trattata in quanto tale. L’imprenditore è consapevole dell’importante ruolo sociale che ha la sua azienda e la società glielo riconosce, per questo viene tutelato e difeso. Qui da noi l’”imprenditore” è un furbetto che se la giostra bene con i fondi pubblici. Vogliamo tirare due somme sulle immense risorse che, sempre i soliti soggetti, hanno divorato e divorano in Sardegna per “favorire la crescita e la competitività delle imprese”? E pensare che si tratterebbe semplicemente di dare attuazione a ciò che la stessa UE predica ormai da decenni in materia. Anche per questo bastano pochi soldi, buon senso e tanto cervello.
Concludendo: sono estremamente interessato a qualsiasi iniziativa che cerchi di condividere una riflessione su come uscire da quella che considero si una crisi ma di valori e di principi. Non sono invece interessato a proseguire in discussioni sui soliti obiettivi, principi, strumenti e schemi programmatici. Sono fermamente convinto che qualsiasi iniziativa non possa prescindere dal considerare e inquadrare le 8 R elaborate da Latouche che vi allego qui per completezza.
Sarebbe un buon inizio.
Vi ringrazio per l’attenzione e l’infinita pazienza.
 

Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.
Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.
Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).
Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.
Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.
Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.
Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.




[1] Franco del Moro – Ultimo avviso prima del collasso. Ellin Selae edizioni
[2] Roberto Lorusso, Nello De Padova – Depiliamoci, liberarsi del PIL superfluo e vivere felici – Editori Riuniti
[3] Si veda il recente rapporto di Greenpeace fondato su dati ufficiali relativi ai 57 'SIN' - siti d'interesse nazionale.